Tramandano le fonti antiche che l'eroe tessalo Filottete, dopo il ritorno dalla guerra contro Troia, a causa di una sedizione scoppiata in patria (Strabo, VI, 1, 2, 254) riprese il mare, sbarcando sulle coste ioniche nei cosiddetti Makalla della Crotoniatide, dove fondò il tempio di Apollo Alaios a perenne memoria della conclusione del suo vagabondare (alae) e qui consacrò le frecce a lui donate da Eracle (Euphor. F 49 Van Groningen). Successivamente, combattendo a fianco di strateghi rodii contro Ausoni Pelleni, egli morì e fu sepolto ai Makalla, entro un grande recinto, e a lui le popolazioni locali tributarono onori divini, offrendo sacrifici di bovini (Licofrone, Alex., 927-9). Diodoro racconta poi (Diodoro, VIII, 17) che l'oracolo delfico, indicando a Myskellos di Rhype i confini del territorio in cui avrebbe dovuto fondare la colonia achea di Crotone, lo esortò a non allontanarsi dal Lacinio, nè dalla sacra Krimisa, né dal fiume Esaro.
I dati archeologici, riscontrati nell’ambito dei territori dei comuni di Cirò e Cirò Marina, confermano quanto adombrato dagli storici antichi. Infatti dalle prime tracce della presenza dell'uomo, risalenti al Neolitico, individuate a Cozzo Leone, si giunge, senza soluzione di continuità, fino alle monete di V secolo d.C. rinvenute nel territorio ed ai sepolcreti altomedievali presenti sulle colline cirotane, da ricondursi, probabilmente, allo sfruttamento agricolo dei suoli oltre che alla collocazione del centro sulla direttrice che dal mare sale verso la Sila, senza dimenticare la posizione nodale del promontorio di Punta Alice nel vasto Sinus Tarentinus.


IL SANTUARIO DEDICATO AD APOLLO ALEO

L'inizio della colonizzazione greca è adombrato dalle fonti con il mito di Filottete. Nella cultura materiale cominciano ad essere rintracciati manufatti italioti, che confermano il fenomeno, sia in loc. Taverna(ceramica di produzione locale riconducibile al Protocorinzio Transizionale), sia nell'area di Punta Alice, dove, nel VII secolo a.C., tracce di frequentazione e di scambi commerciali tra indigeni e coloni sono testimoniate da frammenti di coppe a filetti di produzione coloniale, insieme a ceramica d’importazione protocorinzia, corinzia e greco-orientale. Che fosse già presente un'area di culto non strutturata, almeno dalla fine del VII sec. a.C, sembra confermato da una serie di manufatti tipici quali l'idoletto schematico in argento, il kouros dedalico e la statuina fittile di tipo locrese. Dopo la metà del VI secolo a.C. si monumentalizza l'area sacra di Punta Alice con la costruzione del tempio.
Dalla metà del V secolo il territorio calabrese è interessato dalla presenza sempre più massiccia di popolazioni italiche di origine sannitica, Lucani prima e Brettii poi, nel IV sec. a.C.. Nell’area di Krimisa gli insediamenti tra il litorale ed i primi terrazzi a mezza costa sembrano infittirsi, mantenendo l'aspetto di piccoli nuclei sparsi, riconoscibili soprattutto grazie al rinvenimento delle relative necropoli, tutte databili tra il IV ed il III sec. a.C.. Sul finire del IV - inizi del III sec. a.C., nel periodo di massima potenza del popolo brettio, viene smontato l'arcaico sacello di Punta Alice, seppellite le sue reliquie più sacre e ricostruito con la monumentalità della pietra, insieme ai principali edifici che gli fanno da corollario. Dopo le guerre annibaliche il territorio cirotano sembra subire una contrazione, ma l'Apollonion mostra ancora segni vitali. I pesanti livellamenti prodotti dai lavori di bonifica, effettuati agli inizi del XX secolo nell’area, hanno irrimediabilmente cancellato le tracce della storia più recente del santuario.


LE RICERCHE
Il santuario di Punta Alice, che le fonti vogliono dedicato ad Apollo Alaios da Filottete, fu a lungo cercato, ma venne scoperto soltanto negli anni Venti, durante i lavori realizzati nella Mesola di S. Paolo, dal Consorzio Autonomo delle Cooperative Ravennati nell'ambito delle opere tese a prosciugare gli acquitrini che avevano reso il litorale calabrese inospitale e malsano. L'11 aprile 1923 infatti una raccomandata comunicava al Soprintendente P. Orsi la scoperta di alcuni mattoni e pietre nel promontorio di Punta Alice. Gli scavi, realizzati nel 1924, completarono l'esplorazione del tempio e i risultati eclatanti di questa campagna rimasero fondamentali per la conoscenza dei luoghi del ritrovamento, mentre le successive indagini, condotte da D. Mertens nel 1977, hanno consentito una visione più compiuta ed esaustiva delle fasi costruttive del santuario.





IL TEMPIO
Nella sua fase più antica (fine VI sec. a.C.), il tempio dedicato ad Apollo Alaios era costituito da una cella (naos) fortemente allungata (m. 27x7,90), orientata E/W, completamente aperta sul lato orientale e divisa in due navate da un colonnato di cui restano le basi lapidee. Tutte le colonne, esterne ed interne, si suppone fossero in legno. La cella era conclusa ad W da un ambiente quadrangolare (adyton) chiuso da un muro divisorio ed articolato da quattro pilastri. Questo spazio conteneva la statua di culto. La struttura era formata da un basso zoccolo costituito da due filari di blocchi di calcare, su cui poggiavano i muri in mattoni crudi. Intorno ad essa si sviluppava il colonnato con colonne lignee, periptero, il tempio è eptastilo; su ciascuno dei lati lunghi, invece, si ipotizza la presenza di quindici colonne. L'edificio si pone tra i più antichi templi dell'Italia Meridionale e della Sicilia.
La struttura, rimase in uso fino alla fine del IV sec. a.C., momento in cui si pone la trasformazione, ad opera dei Bretti, del tempio in un periptero dorico di maggiori dimensioni (m. 46x19), completamente in pietra, circondato da otto colonne sui lati brevi e diciannove su quelli lunghi. La cella arcaica fu inglobata nel nuovo edificio, mentre il colonnato fu raddoppiato sul lato orientale. La seconda fase del tempio di Apollo Alaios ci documenta gli ultimi sviluppi dell'architettura dorica templare in Occidente, costituendo l'unico edificio periptero postclassico noto.
Tra il materiale rinvenuto, in gran parte ex voto offerti dai fedeli al Dio venerato nell'area sacra cirotana, i reperti più noti sono costituiti dalle parti marmoree dell'Acrolito di Apollo (440/430 a.C.), testa, piedi e mano sinistra, esposte insieme a numerosi ex voto presso il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria.


IL MUSEO CIVICO ARCHEOLOGICO CIROTANO
In Piazza Diaz, Cirò Marina, all’interno di Palazzo Porti ha sede il Museo Civico Archeologico. L’edificio, appositamente acquistato dal comune di Cirò Marina nel 1981 ed interamente ristrutturato nel 1985, dal 1996 è sede del Punto Soprintendenza della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria e, dal 1998, è aperto al pubblico come museo. E’ organizzato su due piani e raccoglie sia materiale recuperato fin dai primi anni ‘70 dal locale Archeoclub, sia reperti oggetto di scavi sistematici della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria.
In particolare a piano terra sono esposti oggetti in ceramica e metalli vari di epoca tardo arcaica, classica ed ellenistica provenienti dall’area dell’Apollonion e dai territori di Cirò e Cirò Marina, dove insistono i resti dell’antica Krimisa. Al primo piano trova posto una interessante mostra fotografica sui risultati delle ricerche effettuate nei fondali marini calabresi negli ultimi trenta anni.

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Orario di apertura : dal lunedì al venerdì 9,00-13,00 - Telefono 0962/370056